Giorgio VanzettaSicuramente Giorgio Vanzetta non immaginava di entrare nell’elite internazionale del mondo quando mise il primo paio di sci. Non li aveva presi in negozio, li aveva fatti suo padre in falegnameria, buon legno ma duro e pesante. Sotto la soletta, la Grundvalla, neve fresca o neve ghiacciata, neve bagnata o neve marcia, la sciolina era sempre la stessa. Ai giochi della gioventù le prime gare, aveva dieci anni, venne escluso dalle selezioni valligiane, ma con un paio di sci più decenti, un paio di vecchi Karhu, Vanzetta lasciò intuire che avrebbe fatto parecchia strada. Nele Zorzi, uno dei padri spirituali del fondismo fiemmese, mise gli occhi su Giorgio e lo portò alla «Cauriol», alla società di piccoli e grandi campioni, in una stagione storica, nell’inverno ’70/71, quello della prima Marcialonga.

Con la leggendaria impresa di Franco Nones, stava iniziando un lungo periodo di “magra”. Negli anni ’60 c’erano pochi fondisti ma grandissimi atleti, negli anni ’70 moltissimi fondisti attratti dalle gare di massa ma nessun campione di grido internazionale. Passeranno quasi undici anni prima che gli azzurri ritornino sul podio in una sfida mondiale. Uno di quegli azzurri è appunto Giorgio Vanzetta. L’inverno della prima Marcialonga di Fiemme e di Fassa, il nipotino di Federico De Florian vinceva la prima gara importante, il campionato italiano ragazzi a Forni di Sopra correndo con un paio di Hervinen, sci finlandesi che gli aveva regalato Giulio De Florian. Sci di legno, sciolina blu e verde, skare e klister dalla punta alla coda, un paio di pantaloni alla zuava e una camicia o la tuta da ginnastica, una tazza di thé e una pacca sulle spalle, all’arrivo gli organizzatori e pochi amici.

Anche Giorgio Vanzetta ha dunque conosciuto il fondo «old style». Aveva ancora sci di legno nel ’75 quando sbaragliò tutti i sedicenni, tutte le promesse del fondismo nostrano, ai campionati italiani aspiranti.
Alla «Cauriol» Nele Zorzi e compagni intuirono che il loro pupillo aveva tutte le carte in regola per raccogliere l’eredità in quel di Ziano da Giulio De Florian. Bisognava aspettare e avere pazienza. Intanto Giorgio, dopo la terza media, aveva lasciato la scuola, lavorava da marzo a novembre in falegnameria con il papà, andava a correre quasi tutte le sere lungo l’Avisio o sui sentieri di montagna per fare gambe e fiato, continuava a divorare panini mattina e pomeriggio ma il giorno più bello era la domenica, il giorno in cui si andava a caccia.

A maturare sul piano tecnico ma anche psicologico lo aiutò il suo primo vero allenatore, Fabio Delugan, che non gli parlò esclusivamente di passo finlandese o passo alternato. L’evoluzione dei materiali, il passaggio dagli sci di legno agli sci di plastica, agevolò uno stilista quale Giorgio Vanzetta il cui potenziale atletico era ancora tutto da scoprire. Anche lui, come Franco Nones, abbandonò a 19 anni la gloriosa bandiera della società locale per arruolarsi nelle Fiamme Gialle, per entrare in una squadra che gli garantisse l’assistenza a tempo pieno: fu una scelta obbligata ma quasi traumatica per un giovane ancora troppo legato alla casa, alla famiglia, persino al lavoro nella falegnameria di papà.

Sempre più sciatore, sempre meno cacciatore, Giorgio Vanzetta si rivelò grande, anzi grandissimo fra gli juniores in Italia e anche all’estero: sui 15 chilometri vinse il titolo nazionale nel ’78 e lo rivinse l’anno successivo. Portò al successo anche la staffetta del comitato trentino per due stagioni consecutive insieme a Pedergnana, Mich, De Bertolis e Pedrotti.

Nel ’78 Giorgio Vanzetta conquistò il titolo europeo juniores sulle nevi austriache di Murau lasciandosi alle spalle il sovietico Ponomarev e il tedesco Reiter. Se Reiter e Ponomarev sono praticamente scomparsi dalla scena agonistica il quarto assoluto degli europei di Murau, il finnico Harri Kirvesniemi, diventerà una delle stelle più luminose dello sci nordico.
Chi aveva aiutato Giorgio Vanzetta a superare gli ostacoli, chi lo aveva aiutato a compiere il cosiddetto «salto di qualità»? Dario D’lncal e Tonino Biondini furono prodighi di consigli per Giorgio Vanzetta. A «sbloccarlo» contribuì sicuramente anche il suo abituale compagno di stanza, quel Pepi Ploner che aveva riposto tutte le speranze e le ambizioni sportive nel fondo rifiutando funivie, seggiovie e skilift in una valle, la val Gardena, monopolio di slalomisti e discesisti. Rimesso a nuovo e ricaricato Giorgio Vanzetta, sullo slancio di tanti successi nella categoria juniores, vinse il primo titolo assoluto con la staffetta delle Fiamme Gialle. Aveva diciannove anni. Ragazzi come lui avrebbero fatto carte false per andare in America, un viaggio di sogno. Con il passaporto e il permesso delle autorità militari Giorgio e compagni trasvolarono l’Oceano: li attendeva una città fantastica, Quebec, in Canada. Tredicesimo Giorgio Vanzetta. Forse sperava di arrivare fra i primi dieci ma si consolò: il più bravo degli azzurri era stato lui anche se Ploner e Albarello gli erano finiti a ridosso. Il quarto posto nella staffetta mondiale confermò che stava nascendo un’ottima squadra. Ormai l’America era vicina. Dopo un anno le Olimpiadi. Per il migliore dei nostri giovani arrivò puntuale la promozione in prima squadra dove dettavano legge Giulio Capitanio e Maurilio De Zolt. A Lake Placid trionfò il sovietico Nikolay Zimiatov. Gli azzurri andarono a picco: la staffetta con la matricola Vanzetta salvò l’onore con il sesto posto.

Vanzetta e De Zolt ai C.I. Assoluti  - SchilparioGli anni Ottanta del fondo italiano si aprirono con la gestione finlandese: il direttore agonistico Mario Azittà era convinto d’aver pescato bene nel mazzo affidando al finnico Viljo Sadehariu l’incarico di portare in alto i nostri prodi. Il carico di lavoro aumentò sia d’estate sia d’inverno ma non erano i chilometri con gli sci o con gli skiroll a mettere in crisi uno stilista quale Giulio Capitanio o un duro quale Maurilio De Zolt. Dalla tavola spariranno gli spaghetti, la dieta mediterranea, l’alimentazione base per gli sport aerobici, fu praticamente bandita: niente carboidrati, quasi niente latte, aboliti spaghetti e tagliatelle, solo pane nero e tutti i giorni patate ed elevate quantità di grassi. Persino Giorgio Vanzetta che non ha mai avuto la vocazione del contestatore o del capopopolo, mugugnò per quelle imposizioni.
Non si poteva davvero dire che in squadra ci fosse un’atmosfera allegra e divertente. Quei raduni collegiali al Nord ricorda Giorgio erano di una noia infinita. Giornate brevissime, nel primo pomeriggio buio pesto. Dopo l’allenamento e la doccia le ore non passavano più. Qualche film, un po’ di musica, la solita partita a carte. Basta un piatto di spaghetti per tirare su il morale in certe occasioni ma il convento passava solo minestrine, patate e insalata con salse piccanti.

L’alimentazione dunque assume, già all’inizio degli anni Ottanta, un’importanza determinante per la forma atletica e si accompagna all’altro evento rivoluzionario, un evento squisitamente tecnico: il famoso passo di pattinaggio sperimentato sulle lunghe distanze dal finlandese Pauli Siitonen e sfruttato ai massimi livelli agonistici dallo statunitense Bill Koch, vincitore nell’82 della Coppa del Mondo.

Non a caso i nordici, paladini a spada tratta della tradizione, della bellezza estetica dello sci e quindi dell’eleganza del passo alternato, dichiararono subito guerra al «pattinato» e ai campionati del mondo di Oslo dell’82 allestirono un percorso micidiale, tutto salite, discese e strappi, che avrebbe stroncato Bill Koch e i suoi seguaci. Infatti le medaglie d’oro luccicarono sul petto del norvegese Braa e degli svedesi Eriksson e Wassberg, nonché degli staffettisti norvegesi e sovietici primi a pari merito a conclusione della più bella volata, del più fantastico sprint che la storia dello sci nordico ricordi (dopo quello di Fauner e Dehlie).

Gli azzurri, dopo il tonfo di Lake Placid, risuscitarono: nella gara d’apertura, nella trenta chilometri, Giorgio Vanzetta, nono assoluto, fu l’unico centro-europeo fra i primi dieci. E fra i primi dieci, fra l’elite del fondo, conclusero la gara mondiale anche Pepi Ploner nella 15 km. e Maurilio De Zolt nella 50 km.

Nel finale di stagione, era il marzo dell’82, la coppa del mondo approdò ai duemila metri dell’Alpe di Siusi: in quel paesaggio incantevole tornò a brillare la stella di Bill Koch. L’americano confermò d’avere una marcia in più: sui piani o sulle salite di modesta pendenza volava a passo di pattinaggio. Prima o poi anche gli altri avrebbero dovuto imitarlo. Gli azzurri erano già sulla buona strada. Giorgio Vanzetta (unico italiano fra i primi dieci nella classifica finale di coppa del mondo, primo nella 50 chilometri e anche nella staffetta con Deola, Cocco e Pedranzini agli «assoluti», vincitore della Coppa Italia, nono nella 50 chilometri di Lahti) appariva la realtà più concreta del nostro fondismo insieme a Maurilio De Zolt.

Dava dunque effetti positivi la cura Sadeharju, la cura finnica? L’allenatore venuto dal Nord garantì che alle Olimpiadi avrebbe portato «uno squadrone» ottenendo piena fiducia alla luce dei risultati di Oslo ma in squadra il morale era tutt’altro che alle stelle. Diciamo pure che serpeggiava il malcontento, il mugugno. Maurilio De Zolt, estroverso per natura, un campione tutto pepe, era più plateale degli altri nella protesta. Giorgio Vanzetta, timido e chiuso per carattere, macerava in silenzio tutta la rabbia e forse confidava la sua amarezza all’amico Pepi Ploner, sicuramente la confidava a Paola Dal Sasso, la fondista di Asiago che aveva aperto una breccia nel suo cuore.
I quattromila chilometri fra allenamento e gare da gennaio a dicembre di Vanzetta junior erano più che raddoppiati: non è facile digerire nell’arco di dodici mesi novemila chilometri di corsa, di skiroll e di sci senza un’alimentazione adeguata e gradita, senza un clima sereno e disteso. Ecco perché a distanza di tempo si trova sotto processo Sadeharju che aveva imposto la «dieta finnica», la dieta del pane nero e delle patate, minacciando multe e sospensioni. A livello federale bastò l’esito lusinghiero della preolimpica di Sarajevo (quarto Capitanio e quinto Vanzetta, quarta la staffetta 3×10 con Capitanio, Ploner e Vanzetta) per giustificare una stagione complessivamente disastrosa. Giorgio Vanzetta cercò gloria altrove, nelle gare di massa, dove qualche lira e la popolarità ti risollevano il morale: fu primo alla Lavaze – Hiito, fu primo alla Dobbiaco – Cortina.
La pre-olimpica di Sarajevo si rivelò un’amara illusione nei giorni della verità, nei giorni delle Olimpiadi vere. Giorgio Vanzetta, primattore nelle gare di gennaio, non arrivò in Jugoslavia all’apice della forma ma la sua ultima frazione nella staffetta olimpica, la battaglia per il sesto posto con i tedeschi, confermò, se vi fosse stato ancora qualche dubbio, che la classe era a diciotto carati. La vittoria agli assoluti di Schilpario nella 30 chilometri, il secondo posto a dieci secondi da De Zolt nella 15 e il quinto titolo con le Fiamme Gialle nella staffetta arricchirono l’album dei successi «casalinghi» di un campione che però non era riuscito ad esprimersi sul piano internazionale. Fu così per Vanzetta, fu così per De Zolt e per gli altri: il potenziale atletico esisteva ma la cura finlandese anzi, la cura Sadeharju, non lo aveva saputo sfruttare. Si era chiuso un altro ciclo olimpico.
Quando i risultati non arrivano l’allenatore paga per tutti: succede nel calcio, succede anche nel fondo.
Ma obiettivamente in questo caso l’allenatore era colpevole se è vero, come è vero, che i nuovi tecnici, ingaggiati sempre in Finlandia, hanno raggiunto con gli stessi uomini, con gli stessi atleti, traguardi incredibili e insperati. Evidentemente il direttore agonistico Mario Azittà ha analizzato in lungo e in largo i pregi e soprattutto i difetti della vecchia gestione prima di affidare il bastone del comando a Jarmo Punkkinen e ad Asko Lahdelma, due finnici che hanno instaurato immediatamente un rapporto chiaro e preciso con i fondisti azzurri, dal vecchio leone De Zolt a Pepi Ploner.

Quasi tutti avevano i nervi a fior di pelle nell’ultimo periodo della gestione Sadeharju. Con Jarmo a Asko il clima cambiò e già in autunno si capì che stava rinascendo una squadra. A tavola non c’erano più divieti, menù proibiti o minacce di multa. Si lavorava con entusiasmo, senza accusare lo sforzo.
Allenamenti durissimi fino a dicembre, quindi una riduzione dei carichi di lavoro, infine la nostra esplosione a Seefeld.

Gennaio 1985, un mese destinato a passare alla storia del fondo italiano. Il mondo dello sci di casa nostra ignora la «spedizione Azittà» al di là delle Alpi, appena trenta chilometri dopo il confine del Brennero nella piana tirolese di Seefeld. Sono giornate di vigilia dei mondiali di sci alpino, si guarda alla Valtellina, si parla dalla mattina alla sera di Bormio, si fa in anticipo il bilancio delle medaglie d’oro, d’argento e di bronzo che «dovranno» vincere i De Chiesa, gli Erlacher e i Tòetsch.
A Seefeld non vanno giornalisti, telecronisti e inviati speciali. Prima della partenza o dopo l’arrivo gli azzurri rilasciano «interviste» o confidenze esclusivamente ad amici e parenti arrivati dal Cadore, dalla vai di Fiemme o dalla vicina vai Gardena. I giornali sportivi dedicano tredici pagine su sedici al dio calcio, un titolo a due colonne per annunciare l’apertura dei mondiali di fondo, la grande sfida fra gli scandinavi e il resto del mondo.

Gunde Svan il «cigno» svedese stronca dopo trenta chilometri l’intramontabile Ove Aunli: un fuoriclasse, il campionissimo delle nuove generazioni, è la prima medaglia d’oro. Il clan azzurro è in festa per il settimo posto di Giorgio Vanzetta e il nono di Pepi Ploner, due azzurri davanti a tutti i sovietici, davanti a svedesi, norvegesi e finlandesi. Il morale è alle stelle. Dopo quattro giorni la 15 chilometri, la corsa dei levrieri. Entra in scena anche Maurilio De Zolt. È una gara tirata alla morte. Giorgio Vanzetta parte trenta secondi dopo Gunde Svan, uno dei mostri del Nord, la medaglia d’oro della trenta chilometri. Incredibile ma vero: sulle secche rampe fra le abetaie di Seefeld il campione di Ziano rosicchia terreno e secondi al campionissimo svedese, gambe e braccia in perfetta coordinazione nelle pattinate in salita, nemmeno un attimo di respiro, all’uscita del bosco Giorgio vede il «cigno», ci saranno sì e no cento metri, quindici secondi. È fra i primi, è in zona medaglia, ma in zona medaglia c’è anche un altro azzurro, Maurilio, l’amico-rivale di sempre. Maurilio terzo, Giorgio quarto, un altro grande appuntamento fallito per pochi secondi, per pochi metri.

Giovedì 24 gennaio, è il giorno del miracolo. La staffetta azzurra è vice campione del mondo, sotto la neve è un balletto di atroci delusioni e incredibili entusiasmi, sembra una gara stregata quando cade Marco Albarello trecento metri dopo il lancio, ma la rimonta di Albarello e di Giorgio Vanzetta ci riporta gli azzurri fra i primi, Maurilio De Zolt semina il panico fra gli scandinavi, l’Italia è in testa con otto secondi sulla Norvegia, Pepi Ploner si batte come un leone, cede il passo solamente ad Ove Aunli ma respinge l’assalto disperato di Gunde Svan.

Sul podio Norvegia, Italia e Svezia: dopo Grenoble, dopo l’oro di Franco Nones, la giornata più luminosa.
Domenica 27 gennaio Vanzetta è di nuovo in pista, quella di casa sua e, mentre a Seefeld nella 50 km nemmeno una tempesta di neve ferma Maurilio De Zolt che chiude trionfalmente i mondiali conquistando la sua terza medaglia battuto solo da Gunde Svan, in val di Fassa e di Fiemme splende il sole. Sono quasi cinquemila i fondisti nella piana di Moena, campioni e sciatori della domenica. In testa tutti gli specialisti delle gran fondo, dai fratelli Hassis a Blomquist, da Frykberg a Pauli Siitonen, l’inventore di uno stile che ormai ha fatto scuola. Si pattina dal primo all’ultimo dei settanta chilometri, una distanza che fa paura persino a Giorgio. Una galoppata vittoriosa, senza fatica e senza crisi, il tripudio della folla da Moena, il tifo calcistico a Ziano, la zampata del leone sull’ultima salita di Predaia, i due Hassis, Blomquist, Fryberg e lo svizzero Sandoz in totale debito di ossigeno e lui, Giorgio Vanzetta, solo all’arrivo nel cuore di Cavalese fra una folla in delirio.

Pochi giorni in famiglia e poi via di corsa, altre gare, altre vittorie: la 30 chilometri ai campionati italiani, l’abituale appuntamento con il primo posto a Forni di Sopra, la «Allochet 20» quasi in famiglia sull’anello di passo di S. Pellegrino, infine l’exploit al Grande Nord, proprio a Falun, il tempio sacro degli svedesi: nella staffetta di coppa del mondo il quartetto azzurro trionfa, batte svedesi, norvegesi e finlandesi.
Con Maurilio De Zolt e Giorgio Vanzetta festeggiano la vittoria due matricole della squadra italiana, l’altoatesino Albert Walder e il giovanissimo Silvano Barco.

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